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mercoledì, febbraio 25, 2009
Ventitreesimo giorno Villadangos del Paramo – Astorga 30 Km
Contrasto tra il piccolo albergue di questa notte e la imponente organizzazione di Leon. Più facile prepararsi ed uscire più spazi per muoversi e solo qualche minuto per lasciarsi le case dietro le spalle. Per un paio d’ore siamo affiancati alla onnipresente statale 120, ma i camminanti hanno il loro percorso, separato dall’asfalto da un po’ di verzura e protetto da qualche rado gruppo di alberi. Anche oggi non è il sole che ci infastidisce, qualche spruzzo di pioggia e una fastidiosa umidità ci scortano per tutte le prime ore della mattina. Finalmente arriviamo a puente de Orbigo, altro luogo topico del cammino con un fascinoso ponte romano e dove un tal Don Suero de Quiñones nel 1434 ottenne dal re il consenso a sfidare per un mese a singolar tenzone tutti i cavalieri che di li transitavano, e ancora oggi il borgo ricrea l’ambiente medioevale, i rotondi padiglioni e il prato diviso dallo steccato per gli scontri lancia in resta. Peccato che piova e che i festoni di bandiere pendano appesantite, che le carrette dei dolciumi e le botteghe degli artigiani fabbri e falegnami siano accuratamente chiuse con nylon e che solo pochi sparuti abitanti, sfidino il maltempo protetti da pesanti mantelli medioevali. Attraversato il borgo il cammino si addentra nella campagna e un contadino che sta guardando da sotto l’ombrello un po’ sconsolato i suoi campi zuppi di pioggia ci accompagna per un tratto, parla italiano, ha lavorato in Svizzera e ci spiega che le belle piantine verdi che vediamo sono ceci, cultura tipica della zona.
Un simpatico baretto ci consente di far scolare dagli impermeabili una buona quantità d’acqua e di zavorrare gli stomaci e poi via ad affrontare le salite che l’amico contadino ci ha preannunciato. I campi lasciano il posto a radi boschetti e qualche stalla punteggia i pascoli, vitellini che non si lascia avvicinare. Strada a grossi ciottoli che fa soffrire i nostri piedi… non quanto quelli dei ciclisti costretti a smontare e a spingere i loro mezzi. Uno strano solitario pellegrino di pezza, una ulteriore sosta per consumare qualche frutto e far respirare i piedi e siamo al Crucero de San Turibio. Astorga è li a portata di mano… così sembra, nel cielo si addensano nubi minacciose e i primi tuoni rotolano dalle colline appena superate. Allunghiamo il passo per quello che consentono gli oltre venticinque chilometri che abbiamo già sulle spalle (per la verità i chilometri alle spalle sono ormai cinquecento!). La visione delle torri della cattedrale di Astorga è sparita e stiamo arrancando lungo interminabili, grigi muri di fabbriche. Le prime raffiche di vento e dietro di noi la colonna grigia della pioggia che avanza. Giacca a vento e coprizaino indossati nel vano di una porta e via di nuovo cercando di non sentire i doloretti vari delle gambe che protestano. Fortunatamente il giro dei venti ci risparmia il diluvio ma la fretta ci ha fatto perdere le preziose frecce gialle. Le sostituisce una figura scura ed allampanata che non solo ci da indicazioni ma ci accompagna fino all’ingresso dell’albergue. Le quattro chiacchiere che scambiamo camminando con il nostro pseudo-spagnolo ci rivelano che è un sacerdote, come indicava anche il suo abbigliamento… e le indicazioni sul percorso da seguire evidenziano la sua opinione su Zapatero. “Izquierda o derecia ?” … “Ah!!! Izquierda es mala por Espugna!!!”
Di nuovo un Albergue grande ma ben organizzato, la città si rivela un gioiellino, la cattedrale forse la più bella tra le tanto più famose di Burgos e Leon, fascinoso il palazzo di Gaudì nato per un vescovo che non seppe apprezzarlo. Giro zoppicante della città, finalmente un ristorante aperto ad un orario compatibile con i nostri ritmi e finalmente :”Polpo alla gallega” piatto nominato da tutte le guide e che fin’ora non era stato possibile provare, per la paella aspetteremo ancora.

venerdì, febbraio 13, 2009
Ventiduesimo giorno Leon – Villadangos del Paramo 20 Km
Per la prima volta non scuoto la spalla di Giannina per darle la sveglia, ma ci troviamo egualmente puntuali nel cortile dell’albergue col cielo ancora buio. Non è facile trovare il cammino e a quest’ora sono ancora pochi i passanti a cui chiedere informazioni, finalmente sbuchiamo nella grande piazza citata dalla guida, intitolata a San Marco che ospita un imponente palazzo dei tempi del regno di Navarra e Leon…trasformato in hotel di prima categoria. Ci aspettano ancora parecchi chilometri di periferia prima di trovare un bar aperto e quello che troviamo è veramente squallido, affollato di operai e impiegati che si affrettano al lavoro, quindi poca disponibilità per un contatto o anche solo uno sguardo luminoso. Il cammino tradizionale segue la provinciale ma esiste una variante un poco più lunga che gira per la campagna, dovrebbe staccarsi dopo il santuario della Virgen del camino, quello lo vediamo, difficile che sfugga all’attenzione, perdiamo invece la deviazione così continuiamo lungo la strada infastiditi dal traffico, su e giù per marciapiedi e senza alcuna area prevista per la sosta dei pellegrini. Ancora qualche cicogna che attira lo sguardo e l’obbiettivo della macchina fotografica a Valverde de la Virgen e poi l’incontro con un tavolinetto posto all’esterno di una casa: un paio di cestini con qualche caramella dei biscotti e un bigliettino che prega i pellegrini di servirsi e se vogliono di lasciare un ringraziamento su un piccolo quaderno… ve lo offre Agapito, amico dei pellegrini. Pochi metri più avanti in un orticello un signore sta ripulendo le erbacce, Giannina non resiste:”AGAPITO!!!...” Si volta e sorride, è proprio lui, una foto e un saluto seguito dallo scambio di indirizzi. Arriviamo abbastanza presto a Villadangos del Paramo e troviamo un albergue piccolo ma ben tenuto e simpatico, steso il solito bucatino Giannina approfitta per mettersi al sole nella speranza di annullare l’abbronzatura tipica dei camminanti, calzini pallidi, polpacci abbronzati e dalle ginocchia in su di nuovo pallore. Io faccio invece quattro passi per vedere il paese che per la verità non offre molto. Più tardi troviamo un negozio di alimentari che vende anche carne, così organizziamo una cena sontuosa: bistecche insalata e perfino una bottiglia di vino. Dopo cena sono in cucina a lavare i nostri piatti e noto una ragazza coreana anche lei intenta a sistemare i piatti e le posate che ha usato, ad un certo punto osserva con occhio critico il fascio di posate sistemate ad asciugare, ne prende una, una seconda… fa una smorfia disgustata e poi le rovescia tutte nell’acqua saponata e le ripassa. Il gesto mi colpisce per il senso di responsabilità collettiva che implica e la invito a finire con noi il resto della bottiglia di rosso. Si chiama Mun come tanti altri coreani che abbiamo incontrato, pare che non abbia impegni ne di studio ne di lavoro e sta girando il mondo, come mai il cammino? Molti cattolici in Corea e recentemente libri e trasmissioni televisive che parlano di Santiago, è solare aperta disponibile, un piacevole incontro. Non resta più altro da fare che infilarsi nei sacchi a pelo e chiudere anche questa giornata.
lunedì, febbraio 02, 2009
Ventunesimo giorno Mansilla de las mulas - Leon 20 Km
Ci aspetta una tappa breve di conseguenza la partenza non è all’alba, nonostante ciò i due bar prossimi all’albergue che ci avevano già colpito la sera prima per l’indifferenza verso i clienti (e la sporcizia) sono chiusi, ci rassegniamo ad una buona ora e mezza di cammino a stomaco vuoto, molti tratti di cammino lungo la strada trafficata, un banchetto che vende ciliegie sul marciapiede, di nuovo in mezzo ai campi una simpatica area di descanso, qualche saliscendi e arriviamo in vista delle torri della cattedrale. Come altre volte l’approccio alla grande città non è gradevole, svincoli e strade a scorrimento veloce non sono pensate per il camminatore (nonostante la tradizione del cammino) e l’impressione è quella di essere assai vulnerabili, nei sobborghi i papaveri cercano di lottare con i cantieri di grandi costruzioni, la fida freccia gialla si perde tra indicazioni stradali e cartelli pubblicitari, ma basta il nostro zaino e qualche domanda per individuare la nostra meta. Questa volta è un monastero, battibecco con una pellegrina tedesca (strano) che cerca con indifferenza di saltare la fila e qualche perplessità alla scoperta che per la prima volta le camerate sono separate per maschi e femmine..qualche rimostranza ma il frate risponde semplicemente che quello è e resta un monastero…panico tra le coppie che hanno distribuito negli zaini le proprie cose in modo non omogeneo. Felice incontro con una piccola coreana incrociata tanti chilometri fa, a Viana, mi aveva fatto tornare alla mente quella famosa immagine di una bimba nuda che fugge, in Vietnam, da un bombardamento al napalm, non per l’abbigliamento ma per l’espressione smarrita e disperata, le avevamo offerto un po’ di frutta secca e qualcosa da bere ma il dialogo era quasi impossibile visto che parlava assai poco l’inglese, si era illuminata solo alla vista di un suo connazionale al quale si era subito agganciata anche se stentava a tenere il suo passo. Era arrivata fino a Leon ma mostrava nella piega del gomito degli evidenti ematomi risultato di qualche flebo e di un ricovero in ospedale forse per una intossicazione alimentare. Scoppia anche una piccola rivoluzione tra i pellegrini quando il frate afferma che i posti sono tutti occupati e che la piccola coreana deve cercare un altro albergue, così il posto si trova. Arrivano anche Luigi e Gus, Luigi ha problemi di vesciche ma è deciso a continuare. Giannina si veste da “signora” e affrontiamo il giro turistico della città, una bella piazza accanto al monastero, la cattedrale imponente, vetrate policrome, rosoni, archi rampanti, statue… e rumorose scolaresche.
Affascinanti anche le stradine della città vecchia, bar liberty, una farmacia con banconi e arredamenti d’epoca, i tipici vasi i n ceramica bianca e blu a riempire tutti gli scaffali… dal 1821…ma alla richiesta di Giannina di una cavigliera “ No… non teniamo vada più avanti, a sinistra…”
Rientriamo alla base perché l’aria si è fatta fresca e Giannina sente il bisogno di rivestirsi, poi alla ricerca di un ristorante che troviamo aperto, ma solo per scoprire che la cucina funziona solo dopo le otto e trenta, improponibile per le nostre abitudini così ripieghiamo su un piatto di affettati (non eccezionale) e una buona bottiglia di vino rosso, la sorpresa viene col conto ma tant’è nelle grandi città il pellegrino non è un privilegiato.
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