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domenica, settembre 28, 2008
tredicesimo giorno Belorado – S. Juan de Ortega 24 Km
Alle sei e trenta siamo pronti per affrontare la nuova giornata che, secondo la guida, era vista con timore dagli antichi pellegrini, si affronta di nuovo un valico e i Montes de Oca, 1200 metri, una volta covo di briganti e di bestie feroci. I nostri problemi sono assai meno preoccupanti, Giannina li affronta con una nuova cavigliera, che pare aiutarla molto e io mi trascino i miei doloretti, fastidiosi ma sopportabili. Sfioriamo Tosantos con un particolare eremitaggio la cui cappella ha solo la facciata e il corpo scavato nella roccia, rincontriamo Gianfranco e Adriano in un piccolo bar in cui facciamo colazione e poi di nuovo in cammino accompagnati dall’immancabile pioggia e da alcuni tratti di fango. Il continuo susseguirsi di piccoli paesi e la varietà del panorama abbreviano la prima parte della tappa, così arriviamo a Villafranca Montes de Oca, da qui incomincia la salita, un paio di ripide impennate portano in quota. Poi per un lungo tratto si susseguono saliscendi che il sentiero affronta in linea retta con un forte effetto cromatico, la terra rossa che risalta sul verde intenso della macchia e le eriche multicolori; in più l’effetto ottico fa sembrare quasi verticale il tratto di salita seguente.
“1936 No fue inutil su muerte, fue inutil su fusilamiento” Un cippo e una croce a ricordo di alcuni caduti della guerra civile… un forte contrasto.

Nel tratto più alto l’ambiente si fa più tetro, non piove ma tutto è avvolto da una leggera foschia e la strada attraversa un bosco di piccole querce scheletriche coperte di licheni che danno l’impressione di un bosco malato…ambiente gotico. Superato il culmine il sentiero si allarga e continua attraverso i pini ma assume l’aspetto di un cantiere stradale: una striscia nuda larga decine di metri con un fondo di ghiaia e fango, segnato dallo scorrere dell’acqua e ai bordi il bosco che impedisce all’occhio di trovare qualunque riferimento che possa far percepire la progressione, non c’è speranza di nessun bar e quindi facciamo uso delle nostre esigue scorte alimentari. Dopo la breve sosta riprendiamo l’esasperante avanzata nel nulla, aspettiamo una liberatoria discesa, una cappelletta segnata sulla carta che non riesco ad individuare. Ricomincia a piovere, ma pian piano il bosco cambia aspetto, l’ampio, squallido sterrato si restringe e riprende l’aspetto di una carrareccia, ritroviamo una freccia gialla e tra gli alberi radi intravediamo il campanile della chiesa e l’imponente struttura dell’antico monastero e ospedale per i pellegrini, quasi più grande del paese stesso.
Le voci che avevamo sentito alla partenza si rivelano veraci, l’albergue ancora oggi ospitato nella struttura del monastero è chiuso per restauri ( riaprirà a giorni) e il parroco c elebrato per la zuppa di cipolle che imbandiva ai pellegrini è andato a raggiungere i tanti santi che lo hanno preceduto nell’assistenza ai camminanti. Non siamo i soli sconfortati, qualcuno cerca inesistenti mezzi pubblici e si illude accomodandosi in uno scuolabus. Non ci sono molte alternative o continuare a piedi per altri quattro chilometri fino ad Ages oppure accettare l’ospitalità di un piccolo, nuovo alberghetto che per 50 euro offre camera a due letti con bagno e doccia, non abbiamo esitazioni, sprofondiamo nel lusso di lenzuola pulite e doccia bollente e abbondante senza remore morali. Visita al paese che non va oltra ad un bar, alla chiesa e all’ospedale monastero. Il proprietario dell’albergo si improvvisa anche guida e ci illustra la cattedrale, la storia e le sue particolarità: come l’unico capitello con sculture a bassorilievo, rappresentante l’annunciazione, che per il solstizio di primavera viene illuminato da un raggio di sole entrante dal rosone centrale, entra anche un cane da pastore con lungo pelo bianco… si intona bene con la pietra ben ripulita ma la guida improvvisata lo caccia in malo modo, i polli si ma i “perri” non hanno cittadinanza in chiesa.
San Juan de Ortega
Nubi bianche di Castilla
sopra pianta in pietra ripulita
romanica
Luce di alabastro dietro il capitello
e di sole che lentamente illumina allo zenit
la donna che ancor non piange
Anche il perro sta nella tana
candida anima
che conosce la casa che gli si nega.
Giannina
Un’ultima birra, diamo fondo ai nostri viveri d’emergenza e notte sibaritica con profumo di bucato.
martedì, settembre 16, 2008
dodicesimo giorno Grañon-Belorado 17 Km
Torre di Grañon
Dalla finestra chiusa guardo dentro
dove spesse mura
trattengono calore.
Là sulle travi antiche
corpi avvolti in storia di mille anni
riposano sereni
cullati da silenzio
E moltiplica sorrisi
come alle campane il suono
la torre campanaria
trattiene in grembo sguardi
di anime serene
Negli occhi riflessa luce fioca
che illumina e riscalda
E piove fuori ora
non piove mai qui dentro.
Giannina
Sveglia ritardata , su esplicita preghiera degli ospitaleros non si lascia l’albergue prima delle sette per non disturbare il loro riposo. Ma stamani abbiamo tante cose da mettere nello zaino, cose che stranamente lo rendono più leggero. Un bagaglio di emozioni non facili da dimenticare, la scoperta che una chiesa può essere contemporaneamente un luogo vivo di culto ma anche un rifugio per chi, arrivato tardi non trova più posto nel dormitorio, ma viene egualmente ospitato, bagnato e infreddolito, nella navata della chiesa utilizzando materassini messi a disposizione da altri pellegrini. Scopriamo che Lorenzo, uno dei pellegrini, è un prete francese che festeggia i dieci anni di sacerdozio facendo il cammino, concelebra la messa col parroco locale, dando alla cerimonia un significato particolare. Anche la cena comune si svolge in un’atmosfera di vera comunità, incredibile la facilità con cui si riesce a entrare il contatto con tutti. Ovviamente la collaborazione è spontanea e gioiosa. Resta tutto negli occhi e nel cuore… potrebbe essere così il mondo?
Accostiamo la secolare porta in legno del campanile e ci troviamo nella pioggia brumosa del mattino. Poche centinaia di metri e abbandoniamo le semplici case di Grañon per ritornare a perdersi tra le grandi estensioni di grano e gli ultimi vigneti della Rioja. Cartelli ufficiali e non ci fanno s apere quanto ci resta ancora da camminare, ma è piacevole sapere che saremo ancora per tanto tempo in questa favola. Mentre camminiamo riesco appena a percepire una voce solitaria che canta in italiano e Giannina è subito pronta a fare coro, una canzone di Battisti, il pellegrino canoro ci raggiunge ben presto, si chiama Luigi è napoletano e sarà uno dei tanti a cui resteremo legati nel susseguirsi di incontri e assenze che segnano il cammino. Chiacchieriamo ma non riesce a rallentare per restare al nostro passo, ci sopravanza e poi si gira per parlare con noi camminando all’indietro finché un silenzio più lungo lo fa allontanare definitivamente.Approfittiamo di una piacevole area di “descanso” e di una pausa della pioggia per fare uno spuntino e per sfamare

a chi spetta l'ultimo boccone?
prima una torma di cagnetti che sembrano apprezzare molto il passaggio dei pellegrini, poi le nostre provviste servono a rinfrancare anche Adriano e Gianfranco, incontrati a Estella e poi persi di vista. Adriano ha qualche problema di vesciche ma un passo egualmente più spedito del nostro, ci diamo appuntamento a Belorado. La partenza ritardata ci fa temere di arrivare tardi col rischio di non trovare posto, forziamo un po’ l'andatura sopportando il conseguente inasprirsi dei dolori vari. Ci compensa all’entrata a Belorado una chiesa con il campanile facciata letteralmente invaso da nidi di cicogne anche coi piccoli.
Trovato posto nell’albergue, assolti i soliti doveri quotidiani: doccia, bucato, spesa, birra, relax; cena con gli amici italiani nel rifugio ma stile ristorante, niente a che vedere con la cena comune di ieri. Chiacchierata e bicchierata finale e a nanna più tardi del solito… le dieci che poi l’ostello chiude!
martedì, settembre 09, 2008
undicesimo giorno Nàjera - Grañon 27 Km
 Si parte ancora col buio e non è chiaro cosa ci riserverà il tempo, fatta una rapida colazione non resta altro che mettersi lo zaino in spalla e camminare. Subito a ridosso della città una salita decisa e continua sollecita il tendine di Giannina, mentre il mio ginocchio protetto dalla ginocchiera si comporta bene. Continuano i saliscendi nella splendida campagna mentre la luce aumenta rivelando un cielo velato che però non minaccia pioggia.
Forse la colazione non è stata sufficiente e Giannina depreda un albero di ciliegie che ha la sfortuna di crescere a pochi metri dal cammino… meno male che gli spagnoli si svegliano tardi.
Col passare delle ore comincia a farsi sentire il dolore al tendine della gamba sinistra, sopportabile ma a tratti molto fastidioso.
Capita anche che il cammino si infili in incongruenze temporali ed architettoniche come nei pressi di due minuscoli villaggi: Cirueña e Ciriñuela, sconvolti dalla costruzione di un gran numero di villette a schiera e di gruppi di piccoli condomini apparentemente da poco terminati ma già con i segni di abbandono e degrado, il tutto abbinato ad un grandissimo campo da golf, stridente contrasto con lo spirito del cammino e dei pellegrini; ulteriormente urtati da una berlina di rappresentanza con tanto di bandiera sul parafango anteriore e autista in divisa, parcheggiata proprio dove il cammino si stacca dalla strada asfaltata, commenti vari e coloriti..
Arriviamo a Santo Domingo de la Calzada verso mezzogiorno ma nonostante i doloretti vari e la notorietà del posto per la leggenda di un miracolo legato al cammino, che giustifica la presenza in cattedrale di un gallo e una gallina vivi, decidiamo di limitarci a uno spuntino per proseguire poi fino a Grañon, che la nostra guida indica come uno degli albergue più suggestivi del cammino. 
Sei chilometri aggiuntivi percorsi di buon passo per la paura di non trovare posto, invece tutto bene, l’ambiente è molto suggestivo, realizzato in parte nel campanile della chiesa e in un paio di stanzoni affiancati alla navata centrale, con un’offerta libera si ha anche la cena collettiva e la prima colazione. Ancora pioggia, ma dopo il nostro arrivo, pomate e massaggi nella speranza di rimetterci in sesto per domani, stanchi e contenti.
lunedì, settembre 01, 2008
decimo giorno Logroño - Nàjera 29 Km
 Si esce da Logroño attraverso grandi parchi e poi seguendo itinerari utilizzati anche da chi si vuole mantenere in forma corricchiando nel verde.
Lasciati i sobborghi costeggiamo un piccolo lago e attraversiamo una specie di parco naturale.
Le prime tre ore sono dure per Giannina che inalbera un muso duro e affronta a denti stretti la sua sofferenza, impossibile scambiar parola… però non molla. Invece il mio ginocchio sembra avviato alla soluzione. Camminando incontriamo un imponente simulacro di toro nero che domina il panorama da un’altura, contemporaneamente mezzo pubblicitario e simbolo della Spagna.
Sfiorati anche i resti di un ospedale per pellegrini (S. Giovanni di Acre) Arriviamo finalmente a Navarrete e una buona colazione accompagnata da una razione di Aulin rimette in sesto Giannina che ritrova finalmente il suo sorriso luminoso e il passo franco.
Ancora uno sfiorare della leggenda, El Poyo de Roldan dove ci fu l’aspro scontro tra il paladino Rolando e il gigante saracino Ferragut, discendente di Golia.
E poi uno squallido muro di cinta di una fabbrica che riporta in versi il non perché del cammino…

“Polvo, barro, sol y lluvia
"Polvere, fango,sole e pioggia
es el Camino de Santiago
è il cammino di Santiago.
millares de peregrinos
Migliaia di pellegrini
y más de un millar de años.
e più di mille anni.
Peregrino, ¿quién te llama?
Pellegrino chi ti chiama?
¿qué fuerza oculta te atrae?
Che forza misteriosa ti attrae?
Ni el camino de las estrellas
Ne il cammino delle stelle,
ni las grandes catedrales.
ne le grandi cattedrali:
No es la bravura Navarra
Non è l’orgoglio Navarro,
ni el vino de los riojanos
ne il vino della Rioja,
ni los mariscos gallegos
ne i frutti di mare galiziani,
ni los campos castellanos.
ne la campagna Castigliana.
Peregrino ¿quién te llama?
Pellegrino chi ti chiama?
¿qué fuerza oculta te atrae?
Che forza misteriosa ti attrae?
Ni las gentes del Camino
Ne le genti del cammino,
ni las costumbres rurales.
ne le usanze rurali.
Ni es la historia y la cultura
Non sono la storia e la cultura,
ni el gallo de la Calzada
ne il gallo della Calzada,
ni el palacio de Gaudí
ne il palazzo del Gaudì,
ni el castillo de Ponferrada.
ne il castello di Ponferrada.
Todo lo veo pasar
Tutto ciò vedo passando
y es un gozo verlo todo
ed è una gioia veder tutto
más la voz que a mi me llama
ma la voce che mi chiama
lo siento mucho más hondo.
la sento molto più nel profondo.
La fuerza que a mi me empuja
La forza che mi spinge,
la fuerza que a mi me atrae
la forza che mi attrae
no se explicarla ni yo
non so spiegarla neanch'Io.
sólo el de arriba lo sabe.”
Solo quello di lassù lo sa."
Anónimo/Eugenio Garibay
Una traduzione più laica ma decisamente maccheronica trasforma "arriba" in "arriva" e il verso finale suona:
"solo chei arriva lo sa" che mi può anche piacere di più ma non è nello spirito dell'autore che sembra essere stato un parroco locale.
La stanchezza fa sembrare tragico il fatto di non riuscire ad individuare subito l’albergue municipal, ma poi tutto si risolve e la giornata si conclude serenamente, se non per dei doloretti che abbandonato il ginocchio sinistro si trasferiscono ai tendini tibiali della gamba destra.
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