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lunedì, febbraio 21, 2005
 

 L'ammutinamento del Bounty
                                                                    
Quando capita di andare in giro con una goletta di quaranta metri che pesca quattro metri e mezzo, non capita spesso di trovare nei porti posto in banchina. Perciò quando, arrivati a Porto Cervo (quando non era ancora la Porto Cervo di adesso), vedemmo che la banchina per le barche più grandi era già occupata da barche di rango, non fummo sorpresi, ma un po' seccati sì, perché passare la notte in rada voleva dire rinunciare ai quattro passi a terra terminati i servizi salvo usare il gommone  che imponeva però manovre di varo e alaggio sempre seccanti specialmente al buio. Il comandante sbarcò per andare all'aereoporto ad accogliere armatore e famiglia in arrivo col jet privato e l'equipaggio restò, col muso lungo, a terminare di rassettare la barca. Dopo neppure un quarto d'ora ci accosta una lancia della Capitaneria di Porto:"Una barca si prepara a lasciare l'ormeggio, se siete veloci potete prendere voi il posto..." Già ma il comandate è via, chissà quando torna, io sono il secondo di bordo, ma non ho mai provato a manovrare in porto. Un rapido consulto col resto dell'equipaggio, definiti chiaramente i ruoli di ciascuno, via! in moto, posizionare i parabordi, preparare le cime d'ormeggio e salpare l'ancora. Non c'è vento e la manovra non è difficile se non per le dimensioni della barca, anche se con due motori non gira facilmente e ci vuole una certa sensibilità per piazzare la prua esattamente in linea con lo spazio ristretto disponibile in banchina. "Fondo!!!" e l'ancora cade in acqua seguita dallo sferragliare della catena. E questo sarà l'unico grido durante tutta la manovra. La mano alzata aperta e leggermente agitata, o chiusa a pugno sarà l'indicazione per l'uomo a prua se filare catena o guantare per  tenere la prua della barca in linea, altri due marinai sui lati con un parabordo in mano per parare eventuali imprevisti e un altro a poppa sul lato sopravento con la sagola di lancio in mano già legata alla cima di ormeggio. Il marinaio a prua mi segnala le lunghezze di catena che sono a mare...40...50...va bene ormai la banchina è a pochi metri ho evitato il rischio di non avere abbastanza catena per arrivare con la poppa a terra (fonte di una figura di...) o quello di avere troppa poca catena in acqua, fonte di seri rischi se cambia il tempo. Bene, la prima cima è a terra parte anche la seconda, si regolano le posizioni, altre due cime più larghe, un controllo ai parabordi, si recupera un po' di catena...stop motori. Se ci fosse dello spumante sarebbe il momento di sturarlo, non avevo mai visto l'equipaggio lavorare con tanta attenzione e precisione, ero molto grato a tutti e lo dissi. "Ma sai, tu non sei il comandante, non rompi le scatole, per te è giusto dare il massimo". Così Porto Cervo fu nostra, potemmo vedere l'anziana signora inglese che a poppa della sua barca si esercitava con pallina e mazza da golf e bere una birra nei locali più esclusivi della costa Smeralda.
Per inciso, l'anno seguente presi il comando di una goletta di 30 metri e portai con me parte dell'equipaggio di quel giorno, ma l'episodio non si ripetè più, io ero diventato il comandante...di conseguenza non potevo più aspettarmi una collaborazione così aperta, ma solo quella che mi era dovuta.

offerto da skipper246 | 22:26 | commenti (42)


giovedì, febbraio 10, 2005
 

Castello di s. Servolo Quando, circa trentcinque anni fa, arrivai da queste parti rimasi colpito dalla strana valenza di questo confine. Era in se una contraddizione; vicino a Monfalcone e sull'altopiano sopra Trieste il dialetto  in pratica è lo sloveno, mentre nella allora Jugoslavia lungo tutta la costa istriana, a Fiume (Rieka), a Zara, nelle  isole dalmate il dialetto, sopratutto dei vecchi, era un incrocio tra veneto e triestino. Eppure il confine era profondo nei cuori; di qua il ricordo dei titini che trucidavano ex fascisti e non solo, la sofferenza dei tanti che avevano lasciato a pochi chilometri le loro case e la loro vita, di la il rancore contro l'italiano invasore e i tanti episodi di violenza e prevaricazione che ogni guerra porta con se. Così molti rifutavano l'idea di mettere il naso oltre il confine per capire e forse apprezzare un vicino che aveva una sua cultura e digniità. Erano "sciavi" e questo bastava. Ma tra i giovani del dopoguerra ci fu  anche qualcuno che fece il percorso inverso, travolto dal fascino dell'ideologia comunista dopo tanto regime fascista, passò il confine per respirare un' aria più libera, credo che sia stato come per gli ebrei arrivati in palestina l'idea del kibbuz. Solo che l'illusione durò assai poco; quello che ho conosciuto io rientrò in Italia dopo pochi anni portando con sè una buona conoscenza del croato, una moglie e la vaccinazione a vita nei confronti del comunismo reale.In tanti anni molto è cambiato, il commercio, il turismo e la caduta del regime comunista hanno stemperato molto l'atmosfera. Riporto una poesia e una riflessione fatta da un'amica dopo una escursione sul carso sloveno e la visita alla grotta di S. Servolo che ha seguito una strana evoluzione: prima cantina del vicino castello, poi cappella naturale per celebrare un santo locale, covo di partigiani serbi durante la guerra con conseguente sfregio del piccolo altare sistemato in grotta e dopo la guerra foiba per varie centinaia di poveri disgraziati. Lo speleologo sloveno che ci accompagnava aveva personalmente collaborato al recupero di trecento chili di ossa trovate in fondo al pozzo...


Foiba di San Servolo


Giù nel fondo
trecento chili
di ossa

spolpate

da odio
da vendetta
o solo dal livore

tirate
allungate
rivoltate

a piacere

e se dico,
per il Delo
son traditore

non c’è dio
per il comunismo

non ho dio
che sia

io

neppure il comunismo


*questa mia terra di confine ha vissuto un periodo tragico (anche post- bellico) del quale nessuno ha mai voluto parlare. E quando se ne è parlato è stato solo per strumentalizzare (da una parte e dall’altra) Le foibe e i campi di concentramento sono visibili (e non solo Risiera San Sabba o la foiba di Basovizza...pure Gonars..ed il Carso è disseminato da voragini) Quello che ho scritto esce da una escursione guidata sul Carso di confine. La foiba di San Servolo si trova ora in territorio sloveno. Lo speleologo sloveno che ci fece da guida fu uno di coloro che trovarono i resti e che ne diede notizia. Il "Delo" (uno dei giornali di Lubiana a maggior tiratura) lo accusò per questo di tradimento. (e voglio sottolineare che le colpe stanno con lo stesso peso anche da questa parte) Molti infoibati furono solo assassinati senza motivi politici. Ancora le foibe e le stragi fra partigiani (vedi Porzus) vengono usate per interesse. Il primo maggio 2004 la Slovenia entrerà a far parte della Comunità Europea. Sono un’abitante del ricco nord est è vero. Ma sono anche un’abitante di una regione in cui per omertà e vergona si parla poco. Si accendano i fari su questo Carso e che tutti possano tirare fuori i propri fantasmi e dire: -Si, è successo...abbiamo sbagliato!-, in modo da poter chiudere e ricominciare assieme. Grazie per l’attenzione...a volte logorroica lo so..

        Giannina

offerto da skipper246 | 22:24 | commenti (10)


giovedì, febbraio 03, 2005
 

 

Cerco impormi
calma
serenità
non è certo tragedia
la tua lontananza
rivivo le nostre parole
l'ebbrezza dell'ultimo
saluto.
Ma non muore l'angoscia
che un giorno porti
nuova delusione
costringendomi ancora
a creare
complicate acrobazie
mentali
per dipingere
di felicità
la grigia assurdità
della vita

offerto da skipper246 | 23:32 | commenti (8)