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domenica, novembre 30, 2003
 
Mura del castelliere di Rupin Piccolo Foci del Timavo (neolitico - età del bronzo)
Casa carsica
Approfittando di una giornata particolarmente dolce ho fatto un'escursione guidata nel carso triestino. Partendo dalle foci del misterioso Timavo che sgorga dalla roccia poche centinaia di metri dal mare dopo un percorso di più di cinquanta chilometri sottoterra facendosi vivo nei complessi ipogei delle grotte di Postumia, San Canziano e Abisso di Trebiciano. Rapida puntata ad alcune rocce che recano i profondi solchi delle ruote dei carri romani, poi ad una grotta con vestigia di tributi al dio mitra, ai resti di una casa romana, e ad una casa rurale carsica risistemata con arredi ed atrezzi agricoli primo ottocento. Ma non basta, è seguita la visita a delle cavità che servivano alla conservazione del ghiaccio che veniva commerciato nella stagione estiva, per concludere con i resti delle mura di uno dei castellieri meglio conservati della regione (Castricoli, popolazioni guerriere egemoni in regione nell'età neolitica fino all'inizio di quella del bronzo e all'avvento dei romani). Per essere sinceri la conclusione vera è stata in una "osmizza" locale tipico della zona dove i contadini mettono in vendita i propri prodotti, tipo agriturismo ma più ruspante....Il tutto illustrato da un pensionato autodidatta che gestiva con indifferenza: preistoria, geologia, botanica, etnologia e .....enologia. Il tutto a mezz'ora di macchina, una bella domenica.
sabato, novembre 29, 2003

Alle persone anziane
Quando si è anziani, se non si ha una fede religiosa l'importante è riconoscere che le fondamentali esperienze di sofferenza - la nascita, la malattia, la vecchiaia, la morte - costituiscono parte integrante della vita. Dal momento in cui si nasce, invecchiare e poi morire diventa inevitabile. E' così. non serve a niente dirsi che non è giusto, che dovrebbe essere diverso.
Secondo il buddismo la possibilità di vivere a lungo è dovuta ai meriti passati....Quando si è vecchi è bene prender coscienza, senza illudersi, di quello che significa realmente, e cercare di trarne il meglio. Chiedetevi che cosa potete dare ancora a questa società da cui dipendete ancora. Con le conoscenze che avete acquisito potete senz'altro essere più utile agli altri di quelli che non hanno vissuto a lungo come voi. Raccontate la vostra storia ai familiari e agli amici, condividete con loro le vostre esperienze....Sprattutto non siate come quei vecchi i quali tutto il giorno non fanno che lamentarsi e compatirsi. Non sprecate così le vostre energie. Non piacerete a nessuno e la vostra vecchiaia diventerà un vero tormento.
Dalai Lama I consigli del cuore
venerdì, novembre 28, 2003
Albatri
E' paura
quella che frena
il mio sogno
di tenere il tuo
cuore
nelle mie mani.
E di affidarti il mio.
Non già per possederlo
ma per proteggerlo.
Perché, eterno migratore
senta che in qualsiasi luogo
in qualsiasi tempo
troverà dove posarsi
a sistemar le piume
a riprendere un dialogo
che ne tempo ne distanza
sanno spezzare.
E' paura
che per troppa gioia
le mani si stringano
timorose della perdita
possibile
frantumando il gioco
di equilibri che lontani
ci tiene uniti.
giovedì, novembre 27, 2003

"i poeti non hanno nessuna conoscenza dello spirito, di prima mano" proseguì. "Ecco perché le loro poesie non possono centrare perfettamente i veri gesti per lo spirito. Però si avvicinano abbastanza."
Prese uno dei miei libri di poesie da una seggiola accanto a lui, era una raccolta di Juan Ramon Jimenez. L'aprì dove aveva messo un segnalibro, me lo passò e mi fece segno di leggere.
Sono io stanotte a camminare
nella mia camera o forse il mendico
che s'aggirava furtivo nel mio giardino
all'imbrunire?
Mi guardo attorno
e trovo che tutto
è lo stesso e non è lo stesso...
Era spalancata la finestra?
Non mi ero già addormerntato?
Non era verde-tenero il giardino?...
Il cielo era azzurro terso...
E ci sono nuvole
e soffia il vento
e il giardino è cupo e melanconico.
I miei capelli erano neri, credo...
ero vestito di grigio...
E sono grigi i mie capelli..
e sono vestito di nero...
e' questo il mio passo?
Questa voce, che prende suono dentro di me,
ha i ritmi della mia voce di una volta?
Sono io o sono il mendico
che s'aggirava furtivo nel mio giardino
all'imbrunire?
Mi guardo intorno....Ci sono nuvole e soffia il vemto...
il giardino è cupo e malinconico...
io vengo e vado...Non è vero
che mi ero già addormentato?
i mie capelli sono grigi...E tutto
è lo stesso e non è lo stesso...
Rilessi la poesia fra me e colsi lo stato d'anino d'impotenza e di smarrimento dell'autore: Chiesi a don Juan se provava anche lui le stesse sensazioni.
"Credo che il poeta senta il peso degli anni e l'ansia che deriva da una simile scoperta" disse don Juan. "Ma questo è solo una parte. L'altra, quella che interessa a me, è che il poeta, benché non muova mai il punto d'unione, intuisce che c'è in gioco qualcosa di straordinario. Intuisce che c'è qualche fattore non nominato, terribile per la sua semplicità, che determina il nostro destino."
Carlos Castaneda Il potere del silenzio Arcane energie dello spirito (1987)
mercoledì, novembre 26, 2003

Un raggio di sole
Solo a volte
Veglia e pazienta
Un raggio di sole
Quando fa sera,
Come al tocco di madre
Bimbo le pulsa la mano,
Più caldo e profondo
Respiro traendo,
In te l'esistenza
Ci rende gradita.
Ed è come un po' d'oro
Su nuvola grigia,
Abbagliante di porpora
Nel cosmico Incanto.
Guido Pizzamiglio da Vivere così (1958)
Guido Pizzamiglio rampollo della famiglia quasi nobile del mio paesello natio cercò di elevarsi compiendo studi classici e avvicinandosi poi al giornalismo, laurea all'università di Urbino. La piccola nota biografica sul volumetto di poesie in mio possesso riporta collaborazioni con :" L'azione popolare" di Reggio Calabria, "Realtà" e "L'eco del Parnaso" nonché premi letterari; "La clessidra d'oro" a Rapallo nel 1957 e Premio nazonale di poesia "La nuova Italia Letteraria"...Non un grande, ma all'epoca non erano molti ad avere il coraggio di battere strade diverse, purtroppo morì giovane...
martedì, novembre 25, 2003

229
Giacché non si può contar sulla vita dalla sera al mattino
bisogna in conclusione seminare ogni seme di bontà.
Giacché a nessuno lasceranno in possesso questo mondo,
bisogna almeno sapersi serbare il cuore degli amici
30
Mi disse il cuore:" Ho voglia della scienza mistica delle verità superne;
insegnamela tu, se ne sei capace".
"A...", dissi io, ed egli: "Non dir più altro;
se c'è Qualcuno nella casa, una parola basta"
Omar Khayyam Rubaiyyat XIII° Secolo
lunedì, novembre 24, 2003
Scelte
Conosco gente
che rifiuta di invecchiare
vive ai margini
non dà importanza
a quello per cui
molti
sacrificano se stessi
Sa vivere di nulla
ricca di tutto
Infiniti
i metri
per misurare
la felicità
Assai simili
i nostri
sabato, novembre 22, 2003
Richiesta di lavoro
Poesia su ordinazione è ordigno.
Il costruttore di ordigni può produrne molti
(nient'altro procurandosi che stanchezza per il lavoro manuale).
L'oggetto può essere, talvolta, ironico:
l'ordigno lo è sempre.
Sono passati i tempi in cui, vorace economizzatore,
spendevo tutto, investendo i miei soldi (molti,
perché erano il mio seme; e io ero sempre in erezione)
nell'acquisto di aree di bassissimo valore
che sarebbero state valorizzate da lì a due tre secoli.
Ero tolemaico (essendo un ragazzo)
e cantavo l'eternità per l'appunto in secoli.
Consideravo la terra il centro del mondo;
la poesia il centro della terra.
Tutto ciò era bello e logico.
Del resto, che ragoni avevo di non credere
che tutti gli uomini non fossero come me?
Poi, invece, si sono rivelati tutti di me molto migliori;
e io son risultato essere, piuttosto, uomo di di razza inferiore.
Ricambiai l'apprezzamento
e capii che non volevo più scrivere poesie. Ora, però,
ora che la vocazione è vacante
-ma non la vita, non la vita-
ora che l'ispirazone, se viene, versi non ne produce-
vi prego,sappiate che son qui pronto
a rifornire poesie su ordinazione: ordigni.
Pier paolo Pasolini da Trasumanar e organizzar

"Ia orana, Gauguin." E' la principessa che entra nella mia stanza ed io nel mio letto, vestito appena d'un "pareo" con la cintura, male per accogliere una donna così nobile.
"Sei malato," mi dice " vengo a trovarti."
"come ti chiami?"
" Vaitua."
E' una vera principessa, se ancora ve ne sono da quando gli europei tutto hanno ridotto qui al loro livello. Viene da me a piedi nudi, un fiore all'orecchio, una veste nera addosso. E' in lutto per la morte dello zio (Pomaré, il re morto da poco). Il padre di lei, Tamatoa, al di la del contatto europeo, del grado di ammiragliio, mai altro ha voluto essere che un regale Maori, formidabile battitore d'uomini nell'ira, nell'orgia minotauro terribile. Si dice che Vaitua molto gli assomigli.
Come uno dei soliti Europei dal casco bianco sbarcati all'isola, guardo con un po' d'ironia questa principessa decaduta, ma voglio essere cortese:
"Sei stata gentile a venire, beviamo assieme un po' di assenzio".
E col dito le indico una bottiglia appena acquistata per gli ospiti.
Freddamente, così semplice, va verso il luogo indicato e si abbassa a prenderla: La veste tenue, trasparente si tende sulle reni, delle reni da sopportare un peso immenso: certo che è una principessa. I suoi avi? Uomini generosi e forti: Sulle spalle compatte la testa è solidamente piantata. Per un attimo non vedo che la mascella d'antropofaga, i denti pronti a sbranare e lo sguardo sfuggente d'animale astuto; ripugnante la trovo, malgrado la bellissima, nobile fronte.
Purchè non venga qui a sedersi, sul mio letto; questo legno non saprebbe tenere tutt'e due. E proprio questo succede: ma il letto, pur scricchiolando, resiste. Ci conosciamo bevendo. Si parla poco ed il silenzio mi inquieta. Ci guardiamo. Ma la bottiglia se ne va. Vaitua sa bere.
Il sole cala rapidamente. Vaitua si fa una sigaretta tahitiana, poi si allunga sul lettto. I piedi nudi lambiscono il legno come la lingua della tigre un cranio. Penso alle fusa di un felino mentre cova una orribile sensualità. Com'è mutevole l'uomo. Ecco che la trovo bella, molto bella...
"Credo d'aver bevuto troppo, me ne vado," dice "farei delle sciocchezze."
Al cancello del giardino un giovane la interroga. Di quei giovani che sanno tutto e niente (scrivani come si dice negli uffici), Vaitua si allontana chiamandolo "uri" (cane). Mi abbandono sul cuscino ed al mio orecchio (un mormorio, questo):
"Ia orana, Gauguin"
"Ia orana, Principessa"
Mi riposo....
Paul Gauguin NOA NOA e altri scritti
venerdì, novembre 21, 2003
L'Antonia
Era più grossolana delle sorelle, già sposate e trasferite in città, sia nei tratti che nel fisico. Aveva anche passato la trentina, che era quasi una condanna; ma il fidanzato ce l'aveva. L'Arnaldo, solido, uno dei tre macellai in paese: corpulento, apparentemente pacioso. Ricordo quando la domenica pomeriggio veniva a trovarla, in casa di mia nonna, il tinello nella penombra e la proibizione per me di metterci piede, i loro sussurri…ma poi non potevo resistere e mi intrufolavo in quel mondo di bisbiglii, sicuro di rimediare una caramella o un ancor più ambito gianduiotto che sortiva da una delle sue tasche.
Ma poi l'Antonia, durante la settimana, mentre lavorava ai ferri gomitoli e gomitoli di lana, doveva sostenere gli attacchi della madre che non capiva cosa mancasse per concludere, decidere questo benedetto matrimonio…e le difese erano deboli incerte, talvolta solo silenzio. E un giorno Arnaldo decise, e sposò Lina, non furono felici. Apparentemente cambiarono solo le domeniche pomeriggio nella vita di Antonia, continuò a vivere con la madre, aggiunse ai gomitoli di lana anche la gestione di una piccola pensione famigliare sulla costa romagnola, non era tempo di fatture, partite iva, licenze. Difficile sapere quanto abbia sofferto, se abbia odiato o continuato ad amare l'eterno fidanzato. Ma girata anche boa dei cinquanta qualcuno le parlò di un vedovo, forse dieci anni più vecchio di lei, voleva conoscerla. Rise, si schermì, ma ebbe la saggezza di accettare e rubò alla sua vita gli ultimi dieci anni di felicità prima di lasciare per la seconda volta vedovo il suo adorato Muretì.
giovedì, novembre 20, 2003
 
In una capanna in cui trascorre la notte, spenta la lampada, gira intorno al bracere mezzo morto, rianimando come può le proprie membra intorpidite. La natura viene amata nonostante gli aspetti penosi, o talvolta sconvenienti, che dei poeti occidentali passerebbero discretamente sotto silenzio; per questo giapponese, invece, gli insetti che corrono sulla pelle fanno sentire maglio l'estate; senza le mani e i piedi intorpiditi, la neve dell'inverno non sarebbe più reale di quella di un dipinto.
Sulla soglia della casetta dei kaki caduti, Basho ascolta lo scorrere dell'acqua da una pompa rustica, la cui erogazione intermittente è punteggiata dal rumore secco dei due condotti di bambù che si congiungono l'uno all'altro; i frutti si schiacciano sul terreno, troppo copiosi per essere raccolti. Pensa che la strada di montagna che va da Kyoto a Osaka è erta, e i suoi passi meno sicuri di un tempo? E' li che, ricevendo in sè presagi di morte, ha composto lo haiko che forse la sua più bella poesia?
La sua morte prossima.
Nulla fa prevedere,
Nel canto della cicala.
Marguerite Yourcenar IL GIRO DELLA PRIGIONE
mercoledì, novembre 19, 2003

WISLAWA SZYMBORSKA
FORSE TUTTO QUESTO
Forse tutto questo
avviene in laboratorio?
Sotto una sola lampada di giorno
e miliardi di lampade la notte?
Forse siamo generazioni sperimentali?
Travasati da un recipiente all'altro,
scossi in alambicchi,
osservati non soltanto da occhi,
e infine presi uno a uno
con le pinzette?
O forse è altrimenti:
nessun intervento?
I cambiamenti avvengono da soli
in conformità del piano?
L'ago del diagramma traccia poco a poco
gli zig zag previsti?
Forse finora non siamo di grande interesse?
I monitor di controllo sono accesi di rado?
Solo in caso di guerre, meglio se grandi,
di voli al di sopra della nostra zolla di Terra,
o di migrazioni tra i punti A e B?
O forse è il contrario;
là piacciono solo le piccole cose?
Ecco una ragazzina su un grande schermo
si cuce un bottone sulla manica.
I sensori fischiano,
il personale accorre.
Ah, guarda che creaturina
con un cuoricino che le batte dentro!
Quale incantevole serietà
nell'infilare l'ago!
Qualcuno grida rapito:
Avvertite il Capo,
che venga a vedere di persona!
martedì, novembre 18, 2003
 
In Occidente il nudo è ammesso nell'arte ma non nella vita, in Oriente è ammesso nella vita ma non nell'arte.
Oggi si vedono spesso statue o pitture di nudi, anche qui; ma si tratta di idee importate da poco. L'atteggiamento verso il nudo è uno dei tratti più caratteristici d'ogni civiltà; uno di quei crocevia essenziali dell'endocosmo in cui profondi valori emotivi e categorie dell'intelletto s'incontrano e s'aggrovigliano. L'atteggiamento occidentale verso il nudo è complesso. Da una parte sta il risultato di duemila anni d'azione repressiva delle chiese; azione che non è solo da intendere come salvaguardia della castità, ma anche come conseguenza della dottrina che il corpo umano (resurrezione della carne) è sacro e quindi non va esposto nè alla cupidigia nè al dileggiio. a questo bisogna aggiungere la nostra sviluppatissima sensibilità par la bruttezza, dovuta al fatto che l'arte classica ha abituato l'occhio a ben definiti canoni ideali di bellezza. Moltissimi occidentali, che non trovano alcun argomento morale contro la nudità, avvertono però un profondo disagio quando ricordano che solo i giovani ed i sani sono belli. ...
In una grande sala da bagno giapponese, dove vi sono magari decine di persone di tutte le età e d'ambo i sessi, non si avverte alcuna tensione, alcuna morbosità, alcuna malizia; ognuno bada ai fatti suoi o chiacchiera con i vicini, gli uomini magari si fan la barba, le donne si asciugano e si acconciano i capelli, mentre i bambini giocano con una palla di gomma o con una barchetta a vela. ....
Fosco Maraini Ore Giapponesi
lunedì, novembre 17, 2003
ALTER EGO
Dal mattino alla sera vedevo il tatuaggio
sul suo petto setoso: una donna rossastra
fitta, come in un prato, nel pelo. Là sotto
rugge a volte un tumulto, che la donna sussulta.
La giornata passava in bestemmie e silenzi.
Se la donna non fosse un tatuaggio, ma viva
aggrappata sul petto peloso, qest'uomo
muggirebbe più forte nella piccola cella.
Occhi aperti, disteso nel letto taceva.
Un respiro profondo di mare saliva
dal suo corpo di grandi ossa salde: era steso
come sopra una tolda. Pesava sul letto
come chi s'è svegliato e potrebbe balzare.
Il suo corpo, salato di schiuma, grondava
un sudore solare. La piccola cella
non bastava all'ampiezza d'una sola sua occhiata.
A vedergli le mani si pensava alla donna.
Cesare Pavese (altre poesie degli anni 1931 - 1940)
domenica, novembre 16, 2003
b) Secondo metodo
Dando al tirante dell'aghetto la lunghezza voluta per fare il secondo filo della zampa d'oca, fissare il cavo col suo doppino sulla parte posteriore della traversa in modo tale che il tirante e il dormiente s'incrocino sotto questa, poi sopra l'estremo dell'impalcatura (fig. 155 b) Dando dell'imbando al dormiente, sollevare il doppino e incappellarlo sopra l'estremità della tavola (fig.155b'). Centrare infine il nodo sulla traversa e stringerlo (fig.155b''). Una volta che l'aghetto sia stato dato volta sull'impalcatura fare sul suo dormiente, all'altezza corrispondente al vertice della zampa d'oca, l'occhio di una gassa d'amante e introdurre il tirante; uguagliare i 2 fili della zampa d'oca così ottenuta e stringere la gassa d'amante. ....Si sospenderà l'impalcatura ad un posto fisso o al contrario in modo che possa essere ammainata dagli uomini che vi lavorano sopra. In questo caso l'aghetto sarà rinviato sul golfare di un gancio posto sul listone dell'mpavesata o, se si tratta di una rembata, prendendo una volta tonda sul corrimano. ....
Georges Devillers Manuale di arte marinaresca per i diportisti e i naviganti
Vero è che per essere un manuale di trent'anni fa risulta abbastanza ostico....ma dovete ammettere che da queste righe sprigiona odore di canapa, pece, essenza di trementina e la saggezza manuale di secoli di lavoro...solo non provate a montare su questa impalcatura....se l'avete armata voi!
sabato, novembre 15, 2003
 
Egon Schiele L'abbraccio 1917
Diperazione o amore?
venerdì, novembre 14, 2003
Giorgio Caproni
Mancato acquisto
Entrai nel mio già abituale
fornitore, dopo
non so che lunga assenza.
Tutto era mutato.
Quasi
non riconoscevo il locale.
nessuno al banco.
Diedi
una voce.
Aspettai.
Aspettai a lungo.
Battei,
fuor di pazienza le mani.
Apparve (sulla trentina,
di strano colorito) un tizio
(certo di razza non latina)
da me mai prima visto
né conosciuto.
" Mi chiamo",
mi fece, "Gesù Cristo.
Da tempo qui è cambiata gestione.
Venni con mio padre.
Sono anni.
Mio padre è morto.
Ora,
come voi stesso vedete,
sono solo nella conduzione
dell'esercizio.
Comunque,
eccomi a voi.
Chiedete,
e cercherò d'esser pronto
a soddisfarvi.
Il conto non vi preoccupi.
E' un pezzo
che, specie s'è alto il prezzo,
ormai uso far credito.
Ditemi.
Salderete
come e quando vorrete".
Crollai il capo.
Aveva pur parlato,
è indubbio, a chiare e oneste note.
Ma allora, perché uscii a mani vuote?...
giovedì, novembre 13, 2003
E. M. Cioran Sillogismi dell'amarezza
Ai tempi in cui il Diavolo prosperava, il panico, il terrore, i disordini erano mali che godevano di una protezione sopprannaturale: si sapeva che li provocava, chi presiedeva alla loro manifestazione; ora, abbandonati a se stessi, si trasformano in "drammi interiori" o degenerano in "psicosi", in patologia secolarizzata.
Telemessa
Gridava come un ossesso.
"Cristo è qui! E' qui!
LUI! Qui fra noi! Adesso!
Anche se non si vede!
Anche se non si sente!"
La voce, era repellente.
Spensi.
Feci per andare al cesso.
C'era rinchiuso LUI,
a piangere.
Una statua di gesso.
Giorgio Caproni da il Franco cacciatore
mercoledì, novembre 12, 2003
 
Can to Cheyenne
Ho i piedi coperti
di polvere straniera,
ma sopra di me
non è straniero il cielo,
e riconosco la lingua del vento.
Questa notte
il fumo del bivacco
parlerà di me alla mia gente.
Canto Cheyenne
Per i fratelli uccisi
per i villaggi in fiamme,
per gli uccelli che portano la morte
nel becco affilato,
nasce il mio canto.
Prestate ascolto amici,
al mio dolore.
Canto Apache
Nessuno ama la guerra
neanch'io.
Il sangue dell'uomo
dovrebbe rimanere
nelle vene.
Così io credo.
Adesso parto.
martedì, novembre 11, 2003

Villaggio globale
Atomi di drammi
proiettati
in precipitosa sequenza
scalfiscono
l'occhio distratto
ma il calcio
sparato dal bruto stivale
al volto di donna
che del corpo
faceva scudo
al figlio?
al compagno?
rovesciandola su se stessa
disintegrata
dalla coesistenza
nel medesimo
istante
nel medesimo
luogo
del valore
del non valore
della vita
femmina
della violenza
maschio
quella testa
schizzata all'indietro
alla violenza
dell'urto
mi lascerà
per sempre
dubbioso
sul senso
dell'uomo
lunedì, novembre 10, 2003
La Cuoca
Presentato il comandante mi corre l'obbligo di far salire alla ribalta anche la cuoca, o meglio la Signora della barca, che aveva trovato il perfetto equilibrio tra un servizio inappuntabile e curato nei particolari e la dignità di essere sempre persona mai sottoposta. E la cucina mantovana respirando aria di mare aveva assunto un sapore più internazionale, la più nominata della costa azzurra. Ma torniamo alla navigazione, arrivati a Curzola, ultima tappa utile in Dalmazia, deliziosa cittadina fortificata (dai veneziani) che vanta l'ipotetica casa natale di Marco Polo, il viaggio cambia ritmo. Terminate le tappe brevi, la costa frastagliata e contornata da migliaia di isole, e secche, pronta ad offrire ridossi al solo allungare una mano. Bisogna indossare gli stivali delle settte leghe, le tappe diventano: Curzola-Brindisi 16 ore; Brindisi-Reggio Calabria 28 ore; Reggio Calabria-Ischia 20 ore; Ischia-Ponza 5 ore; Ponza-Porto Ferraio 37 ore; Porto Ferraio-S. Tropez 17ore; la barca si trasforma in un piccolo universo autosufficiente che deve saper affrontare coi propri mezzi tutte le dificoltà. Così nel primo pomeriggio scomparse le torri merlate e le mura di Curzola, prua SSW si punta verso la lontana Puglia. Se il tempo è clemente sembra di essere al volante di un autobus gran turismo, i passeggeri che dormono, il motore che ronfa regolare, la luce di poppa che fa brillare gli spruzzi dello scarico e le chiazze di schiuma, e tanto tanto tempo per ammirare la volta celeste ed apprezzarne il lento movimento. Le luci di altre navi che con il loro codice ti dicono quanto sono grandi, e come si muovono. Per una decina di giorni le sensazioni si ripetono, cambiano gli scenari che apre l'alba, il colore del mare,il suo profumo, l'attenzione che richiede la navigazione. Dopo tanti giorni di vita ascetico-meditativa è duro l'impatto con la folle folla straboccante dollari del Jet set di piccolo cabotaggio e...di tante cose che vi racconterò se avrete la pazienza di ascoltarmi ancora.
domenica, novembre 09, 2003

Riservata ma conscia della sua bellezza, si fa desiderare e non concede facilmente le sue grazie. Non appartiene a quella categoria di donne che visibilmente ti fanno capire la loro disponibilità, il suo desiderio, la sua scelta, i suoi gusti, li devi intuire dall'impercettibile movenza delle fronde. E nemmeno allora sei sicuro che ti abbia detto sì. Sa di essere la protagonista del bosco e questo la rende un po' superba e vanitosa. Al mattino, mentre si specchia nella rugiada che bagna la corteccia dell'acero, pensa: "Però, siamo proprio belle noi betulle!". Come tutte le donne, dietro un'apparente fragilità nasconde una tenacia, una forza di volontà e una resistenza insospettabili.....
Mauro Corona Le voci del bosco
 


"Mauro Corona è un uomo leale, scala montagne in stile pulito, scolpisce legno seguendo la vena e la luna, scrive libri e storie di persone vere e perciò rare." Erri De Luca
sabato, novembre 08, 2003
Lupe
Ancora una volta incontro sola una donna col suo cucciolo Ancora una volta devo abbassare lo sguardo ammirato dalla fierezza dalla coscenza piena d'un ruolo pesante accettato con l'orgoglio di vivere un imperativo della natura Ancora una volta mi chiedo quando il maschio saprà modellarsi senza cecità a tali esempi cancellando l'illusione d'avere nelle mani il destino del mondo.
venerdì, novembre 07, 2003
 Una volta diventata la donna che puliva i gabinetti, acquistai una libertà che non avevo mai conosciuta prima. Noi vecchi provenienti dalla vecchia società, abbiamo un'abitudine acquisita alle buone maniere, di cui riusciamo difficilmente a sbarazzarci, pur essendo stati varie volte criticati per il nostro eccesso di cerimoniosiità. Ad esempio, incontrando un conoscente, non potevo fare a meno di rivolgergli un sorriso, anche se dentro di me non ero affatto contenta di vederlo; oppure non potevo fare a meno di salutare qualcuno, pur sapendo che costui non aveva nessuna stima per me. Diventata la donna dei gabinetti, potevo permettermi tutte le libertà. Se incontravo qualcuno che non mi era simpatico, potevo assumere un'espressione ottusa come se non mi fossi accorta di lui, o fissarlo come se fosse stato una cosa anzichè una persona. Ero stata relegata talmente in basso che non c'era pericolo che mi si accusasse di superbia e di trattare gli altri dall'alto in basso, Ecco i vantaggi del "rovesciamento"! Bisogna tuttavia dire che coloro che frequentavano i gabinetti, anche quelli che in tempi ordinari non avevano rapporti di familiarità con me, erano piuttosto cortesi...... Ormai è passato tanto tempo e la storia di quando pulivo i gabinetti è divenuta una sorta di favola, che ogni tanto qualcuno rievoca. Quanto a me, non dimenticherò mai la sollecitudine e la gentilezza di tutte quelle persone, e soprattutto quella smorfia di simpatia.
Yang Jiang Il tè dell'oblio memorie della rivoluzione culturale
(Yang Jiang è una studiosa di letteratura che sta traducendo il Don Chisciotte quando scoppia in Cina la Rivoluzione Culturale. La sua professione diviene all'improvviso una colpa.....Non vi è nulla di tragico, né nella figura della protagonista, né negli eventi narrati. Ma è proprio questa banalità del male che rende il racconto agghiacciante e, al di la dei contesti particolari, figura memorabile di ogni società totalitaria.)
giovedì, novembre 06, 2003

Quanto nell'uomo rugge necessità d'esser di nuovo con la natura uno con se stesso uno con chi ama uno da dove la debolezza che ai più fa accettare insopportabile guida d'oscuro pastore che rende illusioni in cambio di vita necessario forse imparare il senso della sofferenza nella vita necessario forse imparare nella sofferenza il senso della vita.
mercoledì, novembre 05, 2003

Coerenza
Se sei seduto sulla riva guardando la moltitudine trascinata dal vortice delle quotidiane banalità disposto a difendere la suprema libertà di entrare di uscire dal fiume secondo i tuoi impulsi devi sapere che le tue scelte giustificano se stesse devi accettare l'ineffabile solitudine di essere re di te stesso. I sublimi riescono anche ad amare gli altri.
martedì, novembre 04, 2003
Ecco, questo è il personaggio che trent'anni fa si trovò al timone di uno schooner di 27 metri, pronto alla circumnavigazione dell'Italia e con la responsabilità di 4 persone e di un notevole capitale (non sono molto cambiato, tolta la barba...e un po' di grinta in meno..mi riconoscereste senza problemi). Allora partenza, la rotta prevedeva la discesa dell' Adriatico lungo la costa Iugoslava, la traversata da Curzola a Brindisi (Albania: hic sunt leones) e poi via via, la Puglia, Calabria ionica....ma andiamo per gradi: La nostra vicina Iugoslavia era, quasi, oltre cortina, il turismo limitato i marina inesistenti. Correva l'obbligo di fare i documneti di ingresso nel primo porto che si incontrava sulla rotta, trovare posto in banchina e alzare la famosa bandiera gialla (che non significa affatto come tutti credono: "Peste a bordo" ma soltanto: "chiedo di fare pratica") poi ci si armava di pazienza e si aspettava che polizia, dogana, capitaneria di porto calzate di pesanti anfibi, salissero a bordo per il controllo passaporti, documenti, ispezione anti contrabbando qualche bottiglia e un paio di stecche di sigarette risolvevano tutte le difficoltà.Veniva fornito un sostanzioso fascicoletto che riportava tutte le isole e le zone off limits per gli stranieri, che non erano poche A questo punto si poteva ripartire, dichiarando il prossimo porto e con l'obbligo di far vidimare i documenti ad ogni scalo. Sembra facile ma se domani vi dessero le chiavi di un TIR e vi dicessero: "buon viaggio, ci vediamo a S. Tropez..." le prime manovre furono senz'altro laboriose, e viste dal di fuori, spesso assurde, per la sua motorizzazione e per le caratteristiche dello scafo l'Irina in manovra ruotava quasi su sè stessa a destra, ma non c'era verso di spostare la prua a sinistra se non si disponeva do molto spazio. Il che comportò un lungo tirocinio da parte mia e la scelta di traiettorie di manovra non sempre lineari.E poi le prime esperienze di navigazione notturna tra le isole della Dalmazia, con l'illusoria sicurezza del radar che però al primo temporale diviene cieco, e allora bisogna ancora ricercare i fari, e riconoscerli sulla carta, che si inzuppa delle sgocciolature dell'incerata; e si scopre che l'ingresso in una baia ampio e tranquillo di giorno diventa angusto e ostile di notte sotto lo scroscio di un temporale.....(continua)
lunedì, novembre 03, 2003
Canti.
Ma viene da te quel canto?
Hai una voce, ma è la tua voce?
Il pennello del pittore si muove grazie al pittore?
E' lo scrittore l'autore del testo?
Danza il ballerino?
E lotta il lottatore?
Canti. E c'è una canzone, prodotta da tutto ciò che apprendi dai tuoi maestri. Ma attraverso tutti i cantanti, ogni tanto nasce una canzone che non è la canzone scritta sullo spartito, che non ha nulla a che vedere con la tecnica, la respirazione, o la proiezione della voce. non ha niente a che vedere con l'essere un famoso cantante, o con lo stare davanti all'orchestra. Ogni tanto sgorgherà un canto puro e divino e il cantante saprà che questo canto non è venuto da lui, ma da una qualche grande e mitica fonte. Ogni cantante che abbia provato questo, sa che cosa è il Tao.
Voi meditate,
ma siete davvero voi che meditate?
Deng Ming Dao Il Tao della vita Quotidiana
domenica, novembre 02, 2003
| Maria |
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| Ti splende su l'umile testa |
| la sera d'autunno, Maria! |
| Ti vedo sorridere mesta |
| tra i tocchi d'un'Avemaria: |
| sorride il tuo gracile viso; |
| né trova, il tuo dolce sorriso, |
| nessuno: |
| così, con quelli occhi che nuovi |
| si fissano in ciò che tu trovi |
| per via; che nessuno ti sa; |
| quelli occhi sì puri e sì grandi, |
| coi quali perdoni, e domandi |
pietà:
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| quelli occhi sì grandi, sì buoni, |
| sì pii, che da quando li apristi, |
| ne diedero dolci perdoni! |
| ne sparsero lagrime tristi! |
| quelli occhi cui nulla mai diede |
| nessuno, cui nulla mai chiede |
| nessuno! |
| quelli occhi che toccano appena |
| le cose! due poveri a cena |
| dal ricco, ignorati dai più; |
| due umili in fondo alla mensa, |
due ospiti a cui non si pensa già più |
Giovanni Pascoli da "Ricordi di Castelvecchio" |
sabato, novembre 01, 2003
VISITANDO CON E. IL SUO PAESE
Quali regioni dietro di te, che luoghi mi s'aprono improvvisi alle tue spalle, poggiate aride, balze, coltivati e profili più oltre di montagne, e alle pendici città dai corpi intatti nelle teche mentre al tocco dell'aria le tuniche si sfanno.
La valle si restringe, è una serpe verdissima nel fondo, migra, spare. Che strada morta a tratti, che carraia tra forre grige e cave viola alla distanza risale fino a me la tua preistoria. Qui sediamo irreali tra gioventù e vecchiaia.
Ombre, ma non dovrebbero, m'inducono a pensare: là fosti colma, quì alcunché si perse, altro nacque, di tutto ignoro il corso. No non c'è tempo, no, non c'è rovina, pensieri che non erano più tuoi oggi rinvengono e tutto muta, è identico, tu sei in mezzo e raggeli.
Mario Luzi da Primizie del deserto (1952)
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