|
martedì, giugno 02, 2009
Trentasettesimo giorno Santiago
Trentottesimo giorno Santiago
Trentanovesimo giorno ritorno…?
Si siamo arrivati, la cattedrale è stata guardata, fotografata ammirata ma ci sentiamo vuoti, senza scopo, facciamo i turisti alla ricerca di souvenir senza sentirci tali, le spalle sono libere dagli zaini ma la sensazione non è di sollievo ma di disagio. Gravitiamo attorno alla piazza per vivere gli ultimi brandelli del cammino nella vista dei pellegrini che continuano ad animare la piazza. La festa è grande quando ritroviamo qualcuno di quelli che hanno in qualche modo caratterizzato il nostro camminare e stranamente l’incontro usuale diventa una emozione forte che stringe la gola, non vengono parole ma la necessità di un abbraccio quasi soffocante.
Ritroviamo Gus l’allampanato olandese che non contento di essere partito da Lourdes è arrivato fino a Finisterre sperimentando in quell’ultimo breve tratto qualcuno dei momenti più veri del suo cammino, divideremo con lui queste ore a Santiago; alla messa solenne di domenica a mezzogiorno tra i numerosi officianti anche Lorenzo testimone di una fede solare e spontanea, poi Delia austriaca insegnante di Yoga, la particolare coppia madre e figlio australiani, e Mun la piccola coreana di Villadangos del Paramo. Altri che avremmo voluto incontrare sono persi, qualcuno è riapparso facendosi vivo via mail dopo il rientro.
Riempiamo i due giorni che ci separano dal volo di ritorno senza neppure saper bene come, una camminata per veder la strada per la stazione degli autobus per l’aeroporto, abbiamo cancellato l’idea di utilizzare un taxi, non sarà una mezz’ora di cammino con gli zaini in spalla (finalmente!) a farci paura, qualche souvenir per gli amici, un paio di pasti in un ristorantino defilato che ha la caratteristica di usare come registratore di cassa il marmo del bancone… uno straccio umido cancella il conto al momento del saldo. 
Mi ci è voluto praticamente un anno per raccontarvi questa esperienza e non so quanti hanno avuto la pazienza di seguirmi fino alla fine, non ho cercato di rendere quello che può essere un’esperienza del genere anche perché ognuno la vive a modo suo. Stranamente il tempo non è riuscito a far impallidire i ricordi e le sensazioni del cammino, resta qualcosa di non ben definibile che senza dubbio lascia un segno profondo indipendentemente dai valori spirituali o di fede che si vogliono ricercare, anche non volendo il vivere tanti giorni in una dimensione inusuale, quotidianamente all’ascolto del proprio corpo e pienamente padroni del ritmo da dare al proprio andare spalanca diverse prospettive, che non si richiudono anche una volta tornati… Buen Camino.
lunedì, maggio 11, 2009
Trentaseiesimo giorno Arca o Pino - Santiago 20 Km
Com’era prevedibile il fermento è grande e già alle cinque comincia l’agitazione collegiale, alle sei siamo in strada, una pesante foschia avvolge tutto e in alto occhieggia una luna quasi piena. Trovato anche un bar mattiniero per la colazione ci immergiamo ancora nei boschi di eucalipti. 
La comparsa del sole e una serie di saliscendi ci regala dei magnifici colpi d’occhio su panorami resi fiabeschi dalle ultime foschie ancorate nel fondovalle, o riempie di luminosi brillanti gli steli d’erba che sfiorano le nostre scarpe.
Costeggiamo l’aeroporto di Santiago, primo riaggancio alla dimenticata vita “normale”. Una sosta a Lavacolla dove tradizionalmente gli antichi pellegrini sostavano per ripulirsi dopo gli innumerevoli disagi del viaggio e presentarsi in cattedrale in condizioni un po’ meno disastrose… noi ci limitiamo ad una birra e ripigliamo il cammino alla caccia del monte do Gozo da cui si dovrebbe poter ammirare in distanza la cattedrale. Ma la strada, asfaltata, continua ad arrampicarsi sotto il sole e di curva in curva il caldo si fa più pesante. L’ambiente non è molto stimolante grandi capannoni degli studi televisivi spagnoli, officine, campeggi e sole sulla testa. Finalmente compare un discutibile monumento a ricordo della visita di papa Giovanni Paolo II, parte in inox e parte in ferro rugginoso, è il monte do Gozo, un piccolo chiosco per bibite è stracolmo e torniamo sui nostri passi fino ad un fresco anonimo baretto. Mentre gustiamo l’ennesima birra della giornata davanti a noi un giardiniere dilettante sta scolpendo la siepe davanti a casa ricavandone figure di personaggi forse storici si capiscono ampi collari seicenteschi e copricapo elaborati, il resto è affidato alla fantasia ma l’artista pareva molto soddisfatto. Ritorniamo sulla cima ma la ricerca della cattedrale è vana, un mare di edifici, ponti, raccordi autostradali, impossibile individuare la città vecchia e le sue torri. Ripidi giù per la discesa, scontata foto col cartello stradale “SANTIAGO” sullo sfondo, poi affrontiamo la periferia della città, il traffico fastidioso, l’ovvia scarsità delle indispensabili frecce gialle che ci hanno guidato tanti giorni. Finalmente la città vecchia, i pedoni ritornano padroni delle stradine, la cattedrale non si presenta come un corpo unico isolato dalla città, si affaccia su diverse piazze e ognuna di esse presenta scorci diversi. Lo sguardo si perde su un imprevedibile ammasso architettonico di pietre secolari colorate dai muschi e con un illogica congerie di punte, pinnacoli, vuoti statue. Ogni piazza presenta un diverso aspetto della cattedrale, fino alla celebre facciata, ricca e imponente, con il colore e la severità di una parete di roccia… le cime di Lavaredo, altrettanto segnata dal tempo.
Commozione profonda che però dura poco. L’ambiente si preoccupa subito di smontare qualsiasi sentimentalismo, nel giro di pochi minuti veniamo avvicinati da tre persone che offrono sistemazioni per la notte, non certo a prezzi da pellegrino. Nella piazza le solite statue umane immobili in panni angelici e in quelli di S. Giacomo, un barbuto in saio e bastone da pellegrino si offre per foto con i turisti, non è certo per questo che abbiamo camminato tanti giorni.
Una mezz’ora di coda per ottenere la “Compostela” documento redatto in latino attestante che “Dominum Ioannem Carolum hoc sanctissimum templum pietatis causa devote visitasse”
Raggiungiamo poi il Seminario Menor dove pernotteremo per tre giorni in attesa del volo di ritorno, ci sistemiamo e io lotto per quasi un’ora per sradicare, come promesso a Giannina, la barba che mi accompagna ormai da 35 giorni. Siamo inquieti, ci sentiamo attratti dalla cattedrale e solo gironzolando nei suoi dintorni troviamo pace. Una messa con una durissima omelia che ci colpisce: il sacerdote accusa il governo spagnolo e la comunità europea di essere anticristiani ed anticattolici…perplessi.
domenica, maggio 10, 2009
Trentacinquesimo giorno Arzùa – Arca o Pino 18 Km
Alle sei sono già tutti in movimento, ormai il prurito del traguardo ha invaso tutti e qualcuno già progetta di mangiare in un’ unica tappa la distanza che ci separa da Santiago. Il cielo ci regala un po’ di pioggia leggera, e il percorso è una fotocopia dei precedenti, continui saliscendi, anche bruschi, boschi di eucalipti e di querce.

In un verde prato, immagine bucolica, un piccolo gregge di pecore con degli agnellini,
Giannina si fa avanti e chiede alla pastora se può avvicinarsi, fortunatamente piove e alla pastora l’ombrello serve, altrimenti penso che l’avrebbe rotto sulla testa di Giannina, vista la foga con cui le urla:”Fuera!!! FUERA!!!” Lasciamo gli agnellini al loro destino e continuiamo il cammino.

Purtroppo nel preparare il viaggio non ho stampato per errore la cartina dell’ultima tappa per cui navighiamo a vista senza sapere a che distanza sono dalla nostra meta i nomi dei paesi che compaiono sulle famigerate pietre miliari, talvolta un’assonanza ci illude di essere vicini invece il cammino prosegue. Superiamo una targa tra le tante che ricordano pellegrini che hanno lasciato la vita terrena lungo la via, questo si chiama Guillermo Watt, sessantanovenne, deceduto a meno di una giornata di cammino da Santiago, lo ricordano una targa e un paio di scarpe di bronzo.
Finalmente Arca o Pino, una piccola cittadina anonima che si sviluppa lungo la strada provinciale. L’albergue è ancora chiuso e mettiamo gli zaini in coda. La giornata si chiude con la peggior cena che ci è capitato di trovare sia come qualità del cibo che come servizio, sopravviviamo.
lunedì, maggio 04, 2009
Trentaquattresimo giorno Melide - Arzùa 12 Km
Tappa vergognosamente breve, cielo nuvoloso e al solito percorso ondulato, incontriamo i primi boschi si eucalipto che ci accompagneranno praticamente fino a Santiago. E’ strana la sensazione che creano questi alberi col fusto alto e dritto, particolare la differenza del fogliame tra le forme giovani con foglie di un verde brillante con quelli sviluppati, con la corteccia che cade a brandelli e foglie argentate. Il profumo è penetrante ma resta una sensazione di spaesamento per un ambiente che sembra venire da lontano.
Pur prendendola calma arriviamo alle undici e mezza, inganniamo l’attesa consumando un po’ delle provviste che abbiamo negli zaini e qualche frutto acquistato da Giannina. Durante l’attesa osserviamo con sufficienza i pellegrini dell’ultima ora che spingono il muro dell’albergue per fare stretching e stendere i polpacci doloranti, sono spesso gruppi organizzati, più attenti agli equilibri interni e di conseguenza più chiusi nei confronti degli altri pellegrini, sottile forma di snobismo? Non so che dire di fatto c’è poca affinità con loro.
Ci sistemiamo, l’albergue è piccolo ma ben organizzato,un vecchio edificio ben ristrutturato e accogliente. La cittadina è piccola ma troviamo ben viva la piazza piena di giochi di bimbi, ceniamo accompagnati dalle loro voci e godiamo fino all’ultimo il sole che ormai tramonta dopo le nove. Mancano 38 chilometri.
|